Cibo e conflitti. L’esperienza di fratel Mussi in Camerun

Cibo e conflitti. L’esperienza di fratel Mussi in Camerun

Quale contributo può dare la Chiesa nella lotta contro la fame? Se n’è discusso questo pomeriggio, lunedì 31 maggio, nel webinar organizzato dalla Segreteria di Stato Vaticano, dal Dicastero per lo Sviluppo Umano e altre realtà vaticane, a cui ha partecipato anche fratel Fabio Mussi, missionario del Pime in Camerun. Ecco il suo intervento.

Cibo per tutti: i conflitti alimentari e il futuro dei sistemi alimentari”. È questo il tema su cui si è discusso questo pomeriggio, lunedì 31 maggio, presso la Pontificia Accademia delle Scienze e la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, terzo di un ciclo di incontri organizzati in vista del Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari del luglio 2021.

Ispirati dall’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, i webinar avevano lo scopo di approfondire il ruolo della Chiesa e di altri attori della comunità internazionale nei processi di trasformazione dei sistemi alimentari, nel rispetto della “Casa comune” e nella prospettiva di uno sradicamento della fame nel mondo.

Nel primo panel di oggi, insieme al cardinale Peter Appiah Turkson, prefetto del dicastero per la promozione umana integrale, al direttore generale della Fao dottor Qu Dongyu, al professor Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, è intervenuto anche fratel Fabio Mussi, missionario del Pime e coordinatore della Caritas della diocesi di Yagoua, nell’Estremo Nord del Camerun. Che ha presentato un progetto che prova a valorizzare la polvere delle foglie di moringa, come risposta alla malnutrizione dei bambini, che colpisce ancora il 40% dei piccoli.

Ecco il suo intervento:

Nell’enciclica “Laudato Si’”, Papa Francesco ci propone l’impegno personale e comunitario per prenderci cura della “casa comune” con “gesti concreti”.

La mia esperienza in Africa dell’Ovest e Centrale mi ha portato a essere vicino a conflitti armati e a situazioni di insicurezza alimentare. Nella Regione dell’Estremo Nord del Camerun, dove da 12 anni lavoro nella diocesi di Yagoua come Coordinatore diocesano dei progetti di sviluppo e di emergenza, ci troviamo ad affrontare un’insicurezza generalizzata, provocata dai continui attacchi terroristici di Boko Haram, aggravata dalla pandemia del Covid e da altri shock climatici, tra cui inondazioni e siccità.

Questa situazione ambientale è molto simile a quella di altre aree limitrofe. Infatti, i rapporti delle Nazioni Unite di aprile 2021, segnalano che «il numero delle persone nel Sahel che hanno bisogno di assistenza e protezione umanitaria ha raggiunto i 29 milioni. Questa è una nuova cifra record per sei Paesi – Burkina Faso, Camerun settentrionale, Ciad, Mali, Niger e Nigeria nord-orientale. Cioè cinque milioni di persone in più rispetto all’anno scorso. Di conseguenza oltre 1.600.000 bambini sono a rischio di malnutrizione acuta grave, con un aumento del 30% in rapporto all’anno scorso».

Dopo una adeguata riflessione, abbiamo deciso di concentrarci solo sul problema della malnutrizione dei bambini. Certo su questo settore intervengono già in modo efficace le diverse agenzie dell’Onu, Unicef, Pam, Fao. Potevamo restare tranquilli, tanto ci sono loro. Tuttavia il loro intervento è concentrato nel curare solo i casi di “malnutrizione acuta grave”, cioè una piccola parte di bambini malnutriti con la distribuzione di integratori alimentari importati come le confezioni di “plumpy nut”. Se si ha la pazienza di verificare sul retro della confezione, si noterà che contengono cereali e prodotti agricoli reperibili in tutta la zona tropicale e sub-tropicale africana. Il tutto è poi completato con vitamine e prodotti oligominerali. Ci siamo domandati: ma come si farà a sostenerne i costi del trasporto e della distribuzione quando le agenzie non saranno più qui per distribuire questi integratori ai bambini malnutriti?

Così abbiamo cercato di studiare come risolvere la “malnutrizione” dei bambini, ma anche delle persone anziane sole e vulnerabili, con una soluzione endogena, praticabile, disponibile e a costi ragionevoli. Ci siamo ricordati quanto diceva Marc Twain parlando dei pionieri: «Non sapevano che era impossibile, allora l’hanno realizzato». Anche noi abbiamo seguito questo criterio. Sembra incredibile che nel 2021 l’uomo riesca ad andare su Marte e non riesca a salvare dei bambini malnutriti sulla terra. Forse è una questione di “priorità” nelle scelte e negli interessi.

La saggezza popolare ci insegna che «se dai a una persona un pesce mangerà un giorno, se gli insegni a pescare mangerà tutta la vita».  La soluzione semplice ed efficace l’abbiamo trovata nell’albero della moringa oleifera, nota anche come “albero della vita”. È un albero a crescita rapida già presente nel Sahel, ed è considerata un super-alimento, verificato da diverse Università, perché è alimento completo ed equilibrato, con un concentrato di proteine, calcio, ferro, potassio e vitamine A, B, C ed E. Il prodotto finale sarà la “farina di (foglie) moringa”, confezionata in sacchetti da 50 grammi per un utilizzo diffuso a livello familiare. Queste, e molte altre informazioni sono di dominio pubblico e tutti possono trovarle sul sito: insidemoringa.com.

Allora ci siamo domandati: perché questa “pianta” non si è ancora sviluppata e divulgata come soluzione al problema della malnutrizione?

La risposta sembra abbastanza chiara anche se complessa: da una parte le informazioni sulle potenzialità di questa pianta non sono conosciute da tutti gli operatori coinvolti, dall’altra per cambiare certe scelte c’è bisogno di una decisione “politica”, sostenuta da un accompagnamento tecnico iniziale. Mi spiego meglio.

  • L’utilizzo nutrizionale e terapeutico dell’albero della moringa è conosciuta dai tempi dei faraoni: le foglie sono utilizzate come integratore alimentare e i semi come purificatore dell’acqua. In India le diverse parti dell’albero di moringa sono utilizzate nella farmacopea tradizionale per curare oltre 300 malattie. Sfortunatamente queste conoscenze non sono molto conosciute e utilizzate, finora, nell’area sub-sahariana. Diventa quindi necessaria un’opera di informazione e sensibilizzazione a livello locale, regionale e nazionale
  • La decisione “politica” è necessaria perché si tratta di un cambiamento di strategia: passare da una soluzione basata su dei prodotti importati, a una produzione locale delle risorse nutrizionali con gli stessi beneficiari affinché le realtà agricole africane siano pronte quando le Agenzie dell’Onu termineranno il loro servizio. Per questo è importante il coinvolgimento e l’impegno di tutti: agricoltori, autorità locali, società civile, ong, in particolare quelle di ispirazione cristiana, e il mondo accademico.

Purtroppo sembra un problema facile da risolvere, ma, nella realtà quotidiana africana, non è così semplice. Innanzitutto c’è bisogno di credere in questo processo innovativo. Le Encicliche “Laudato Si’’” e “Fratelli tutti” ci offrono degli spunti molto interessanti ed utili, ma se rimangono “teorie” niente cambierà. Fino a quando ognuno di noi non cambierà qualcosa di concreto nella propria vita, mai niente cambierà nella realtà che ci circonda.

Da circa due anni come Caritas a Yagoua abbiamo iniziato a riflettere e a mettere in atto delle azioni concrete per favorire le conoscenze indispensabili sulla produzione e trasformazione dei prodotti della moringa, sia nutrizionali che terapeutici. Da un anno abbiamo avviato un piccolo progetto-pilota per 1.000 famiglie (cioè circa 7.000 persone) in 14 villaggi di 2 province limitrofe, coinvolgendo innanzitutto le donne con bambini piccoli. Non è possibile qui esporne i dettagli, ma è importante sapere che siamo partiti dalla formazione delle donne e dei giovani, e con la distribuzione di 10.000 piantine di moringa, in modo che fra qualche mese, si potrà già produrre della “farina di moringa”. Al momento è troppo presto per poter disporre di statistiche, ma il dato positivo interessante è il costante aumento delle richieste di piantine di moringa da parte dei centri sanitari e delle organizzazioni femminili coinvolte.

Se è vero il criterio di “pensare globalmente e agire localmente”, ci auguriamo che questo progetto, realizzato in Camerun, possa creare un “effetto moltiplicatore” attraverso lo scambio di informazioni nella “rete moringa”, che raggruppa circa 40 organizzazioni, attive in oltre 10 Paesi dell’Africa dell’Ovest e Centrale. In ogni caso, se si vuole fare un passo in avanti è necessario sperimentare da subito nuove soluzioni con la moringa. Non si tratta di sognare l’impossibile, ma di consolidare delle soluzioni già sperimentate e riproducibili da subito. Attendere ancora sarebbe il riconoscimento di una non volontà di agire.

Come si è detto, le soluzioni tecniche, le conoscenze teoriche e pratiche, e le persone motivate sono già disponibili a livello regionale africano. Quello che manca ancora è un “progetto-moringa inter-regionale” per il quale c’è bisogno di un coinvolgimento organizzativo e finanziario da parte delle autorità amministrative e dei responsabili delle agenzie delle Nazioni Unite, oltre che delle organizzazioni della società civile. Con questa speranza, una delle “ipotesi” per poter concretizzare questo programma sarebbe di poter disporre per i prossimi 3 anni del corrispondente al 2-3% delle risorse già previste per l’acquisto e la distribuzione degli integratori alimentari importati.

«L’unione fa la forza» dicevano i vecchi saggi, ed è valido anche per questa nostra realtà. Il nostro “obiettivo” è di poter combattere la malnutrizione in Africa con la moringa in modo da assicurare una soluzione duratura e a disposizione di tutti.

Sarebbe un passo significativo della volontà di trovare una soluzione alla sicurezza alimentare e nutrizionale dei bambini e delle persone più vulnerabili. Alla fine dovremo fare una scelta etica tra cosa rappresenta la confezione di “plumpy nut” e il sacchetto di “farina di moringa”.