Bolivia un paese lacerato

Bolivia un paese lacerato

La “Marcha por la Patria”, promossa dall’ex presidente Evo Morales, ha sancito una pericolosa polarizzazione della popolazione boliviana. E provocato forti tensioni con la Chiesa, Come testimonia il vescovo Sergio Gualberti

Quello che è successo lo scorso 29 novembre a La Paz è ancora ben impresso nella mente di tutti i boliviani. Un atto di forza senza precedenti nella storia recente della Bolivia per sancire in modo definitivo la spaccatura interna alla popolazione.
Quel mattino per le strade della capitale si respirava un’aria tesa e carica di incertezza. Sui minibus stipati di gente, che si dirigevano verso il centro della capitale, non si faceva che parlare dell’arrivo imminente di quella che tutti avevano imparato a conoscere come «la marcia più grande degli ultimi anni». Qualche cholita – la classica donna boliviana vestita con una voluminosa gonna e un simpatico cappello a bombetta – inveiva contro il conducente implorandolo di accelerare l’andatura: «Rápido pues: están llegando» («Veloce, stanno arrivando»). In lontananza si sentivano distintamente i primi rimbombi dei candelotti fatti esplodere dai manifestanti. Nel giro di pochi minuti una fiumana di oltre un milione di persone (il 10% dell’intera popolazione) confluirà in piazza San Francisco, cuore pulsante della metropoli boliviana, intasando completamente il traffico cittadino già di per sé congestionato in qualsiasi giorno dell’anno.

La Marcha por la Patria – così l’hanno definita l’ex presidente Evo Morales e il suo subalterno Luis Arce, attuale capo dello Stato – stava per giungere a destinazione dopo sette giorni di cammino e quasi duecento chilometri. Una marea negra, azul y blanca (nera, blu e bianca) – i colori rappresentativi del Movimento al Socialismo (Mas), partito di maggioranza – guidata dai suoi leader stava per “far esplodere” il centro di La Paz, come promesso dallo stesso Morales. Da quando è salito al potere nel gennaio del 2006, l’ex presidente e “uomo forte” del Paese ha innescato un processo di polarizzazione della società culminato nell’ottobre 2019 con le elezioni presidenziali successivamente annullate per brogli.

In questa polarizzazione è stata ampiamente coinvolta anche la Chiesa cattolica, da sempre critica verso la politica di Morales e, dunque, da sempre additata dal Mas come complottista e schierata con l’opposizione di destra. Un’accusa che monsignor Sergio Gualberti, 76 anni, arcivescovo di Santa Cruz dal 2013, rispedisce con forza al mittente: «Quando arrivai in Bolivia nel 1979, mi trovai a dovermi integrare in un Paese immerso nella drammatica epoca dei colpi di Stato e delle continue dittature militari di destra. A quel tempo, mi spesi moltissimo, insieme a tanti altri missionari e alla Chiesa locale, per la sensibilizzazione del popolo a favore della democrazia. Per questa nostra intromissione venimmo perseguiti e, alcuni di noi, anche rimandati nei nostri Paesi di origine. Oggi, a quarant’anni di distanza, le accuse che ci vengono mosse sono le stesse, solo che questa volta provengono dallo schieramento opposto».

Originario di Bergamo, monsignor Gualberti è una delle voci più autorevoli e incalzanti che si alzano dalla Conferenza episcopale boliviana. Le sue omelie domenicali, con abbondanti affondi sull’attualità, non hanno risparmiato critiche severe all’operato di Evo Morales nel quale, tuttavia, in un primo momento nutriva forte speranza: «Ricordo distintamente che nel 2006 uno dei punti forti della sua campagna elettorale fu la scelta di stare dal lato dei poveri e degli ultimi del Paese, posizione che, peraltro, coincideva precisamente con quella della Chiesa latinoamericana che arrivava dai grandi punti di svolta delle assemblee di Medellin e di Puebla».

La prospettiva era, dunque, quella di un dialogo proficuo tra Chiesa e governo sul fronte della povertà e del riscatto sociale. E, in effetti, il cambio di paradigma fu evidente e radicale con l’elezione di Evo: gente come i campesinos, che fino ad allora erano sempre stati messi da parte nelle scelte politiche, venivano finalmente coinvolti nella costruzione di uno Stato più inclusivo e democratico. Di più: il sindacalista cocalero rilanciò con forza il ruolo degli indigeni in Bolivia dando dignità a tutta una classe sociale da sempre discriminata e lasciata ai margini. Ma questi iniziali cambiamenti vennero presto accompagnati da una deriva autocratica da parte dell’esecutivo Morales: «Un primo sentore lo si ebbe nel 2009 con il cambio della Costituzione che, al di là dell’essere più o meno ben fatta, fu imposta dall’alto, senza un vero dibattito – ricorda l’arcivescovo -. Si è assistito anche a eventi francamente deplorevoli come quelli che hanno coinvolto diversi oppositori del governo messi a tacere con scuse inconsistenti, come l’ex presidentessa ad interim, Janine Añez, tutt’ora incarcerata, fino ad arrivare alle elezioni del 2019 dove, a fronte di un broglio conclamato, il Mas gridò al golpe. Ecco perché, come Chiesa, come Conferenza episcopale boliviana e come singoli vescovi, abbiamo sempre provato a far sentire la nostra voce come, del resto, avevamo fatto anche durante i governi dittatoriali della destra».

Intanto Morales tira avanti determinato per la sua strada e lo scorso gennaio ha invocato una seconda «rivoluzione democratica e culturale», proponendo anche emenda­menti alla Costituzione e ad alcune leggi. La spaccatura interna al popolo è ormai netta e difficilmente sanabile come ammette lo stesso monsignor Gualberti: «La cosa più grave che rimprovero a questo governo è che, anziché unire la Bolivia, come aveva proclamato in campagna elettorale, ha diviso la popolazione e ha esasperato rancori già esistenti. Ho recentemente assistito a scene vergognose di intolleranza e discriminazione. Ma non c’è da stupirsene: finché i leader politici continueranno a seminare risentimento non potremo far altro che raccogliere odio». MM

 

IL PERSONAGGIO
Il ritorno di Evo

2006 Per la prima volta nella storia della Bolivia viene eletto un presidente di origini indigene: Evo Morales Ayma, leader dei sindacalisti cocaleros nonché fondatore del Mas.

2009 Cambia la Costituzione boliviana.

2014 Morales viene eletto per il terzo mandato (il primo non venne considerato valido dopo il cambio della Costituzione).

2016 Indice e perde il referendum che gli avrebbe concesso di ricandidarsi per la quarta volta. Una decisione del Tribunale supremo ne ribalterà l’esito.

2019 Vince le elezioni, annullate in seguito per brogli elettorali. Va in esilio prima in Messico poi in Argentina.

2021 Torna in Bolivia e organizza la Marcha por la Patria.